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Potrò mai
abbastanza amarti?
Per l'acquiescenza alla vita
che impone per ogni cosa
un tempo e un luogo,
male si addice in lei
l'inesauribile bene
che ti porto.
Quest'insaziato esistere
non basta e mi sgomenta.
Non per quest'anni miei
che riconosco vivi solo ora;
nell'effrazioni pazienti
delle ore, sei tu che non vedo
e non respiro. Poco è lo spazio
per dirti quanto mi resta ancora. |
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Flessuoso, qualcosa di me,
in un'alchimia di stati,
rapido si disgiunge
dalla morbidità della tua essenza,
quando, entro le connessioni della carne,
sussulta quella voce
fatta dello stesso mistero della terra.
Voce che non conosci,
o che, non tramite me, conoscerai,
mi trae e fa possesso illimitato.
L'ininterrotto battito d'ali,
mussole di nastri rosa,
attende ch'io mi regali, come sempre.
Nutro e accudisco ancora:
ordine fondatore della vita.
Radice tu mi sei perchè compatta
trovi me stessa nel venir meno
entro cui mi chiudo.
Mi eludi il tempo, legando
il precedente e il successivo
nella costellazione della vita.
Usurate le cose di sempre io non ripeto:
ricognizione di eventi
soltanto a te mi porta.
Più rarefatta sento l'esistenza. |
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E' il nome che piaceva a tuo padre,
musicale, e a te non piace.
La tortura di cui ricolmi i giorni
e inesorabilmente t'infliggi,
non ti concede che dure cose.
Si distorceva nel suono il chiamare
dai vicoli delle violenze giovani
dei nati con gli amaranti pruni.
La mia voce ha sovvertito il senso
delle strade che fuggono all'inverso
nel labirinto incessante.
Battono aperte le tue piccole mani
sull'uscio, giocando, mentre t'aspetto
e canto in mezzo al grano.
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